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mercoledì 14 marzo 2018

Segnalato il comportamento strano di un'auto nei fine settimana

Ci è giunta una segnalazione riguardo un'auto che si è fatta notare di recente. Si tratta di un'auto che la sera, nei fine settimana, fa la spola continuamente tra Morsano e Castions con soste in diverse zone lungo il tragitto. Soste fatte senza che il conducente scendesse dall'auto.

Questa la segnalazione:

"Un venerdì sera di gennaio verso l'una e trenta io con un mio amico, tornati da una serata, eravamo fermi a parlare in macchina prima di salutarci - preciso che eravamo parcheggiati in sicurezza - c'era nebbia e fra le poche macchine che son passate ci ha subito colpito una che è passata a velocità bassa. Il conducente ci ha incrociato, giungendo da Castions e diretto a Morsano. In 3-4 minuti ha fatto il giro di piazza San Pellegrino ed è andata avanti, per poi trnare indietro e di nuovo è passata a bassa andatura, rallentando e quasi fermandosi, forse perchè pensava che la nostra macchina fosse vuota ed è ripartita alla volta di Castions. Successivamente lo abbiamo visto passare altre 4 volte su e  giù per lo stradone (6 volte in totale!!!) il che ci ha fatto allarmare. Abbiamo pensato che fosse qualcuno che avesse preso di mira la nostra auto per compiere un furto. Comunque ce ne siamo andati a dormire.


La macchina era una Renault Clio Nera (modello con i fari a goccia) del 2003, serie 1.1I, targata xxxxxxx (non ho foto, purtroppo farle di notte su un auto scura in movimento è un casino).

Io e il mio amico ci troviamo solitamente il venerdì sera e da quella volta a gennaio ormai son già quattro sere che abbiamo visto passare la Clio nera su e giù con lo stesso modus operandi, per cui cerchiamo di decifrarne i movimenti. Gli avvistamenti avvengono in un orario che va tra la mezzanotte e le due.

Abbiamo pensato ad una ronda di un cittadino che volesse farsi vigilanza ma non ci sembrava il modo.
Una volta, sullo stradone Morsano-Castions ci ha sorpassato, non ci aspettavamo di vederlo, così ne abbiamo seguito gli spostamenti. lo abbiamo visto frenare e infrattarsi in qualche viuzza, come nell'attesa di aspettare che passassimo noi.
Una volta ancora, di sabato a mezzanotte e mezza, ero a piedi e l'ho visto parcheggiato di fronte al minimarket 'Da Cristina', lui era dentro l'auto. Il bar in piazza a quell'ora era chiuso, ovviamente era tutto buio, e non c'era nessuno in giro a parte me, che passavo, e lui, appena mi ha visto ha messo in moto e se n'è andatoo.

Insomma vedere uno che quasi ogni venerdì sera (e una volta anche sabato) fa svariati giri con l'auto senza una meta ci preoccupa.  Abbiamo visto la targa e ci siamo chiesti a chi appartenga l'auto, o se è rubata. Ci siamo accollati la spesa di una visura, dove si evince che l'auto è stata immatricolata in provincia di Torino ed ora è intestata a un signore albanese".

Insomma la domanda è: chi è sto qua della Clio nera? Perchè tra mezzanotte e le due di venerdì lo si vede passare su e giù senza meta e fermarsi in punti diversi del paese senza scendere? 
Lettera firmata

domenica 26 luglio 2015

Passare dai “tavoli di crisi” alla “politica industriale per la crescita”

Lettera di un lettore: "Passare dai “tavoli di crisi” alla “politica industriale per la crescita” di Mauri.

Caro Dibattito Morsanese,

nel lontano 12 luglio 2012 scrissi una lettera dal titolo “Servono le Province?” che ha alimentato un acceso dibattito sul blog, tra favorevoli e contrari, e oggi sappiamo com’è andata a finire.

A tre anni di distanza ti propongo il tema: “uscire dai ‘tavoli di crisi’ per passare alla ‘politica industriale per la crescita’”. Il blog peraltro propone spesso tale questione e di recente (venerdì 19 giugno 2015) ha postato “numeri utili - export principale delle nazioni”.

Sono in corso numerose crisi aziendali in tutti i settori della produzione e, di riflesso, si sono allestiti “100 tavoli di crisi”, in Regione come in Italia. Questa situazione drena ingenti risorse pubbliche per la doverosa costruzione di reti di solidarietà, anche di lunghissimo periodo. Basti pensare che in Friuli Venezia Giulia (2014) si sono registrate 33 mln di ore di cassa integrazione guadagni, con la prevalenza della componente “straordinaria” e in “deroga”, che è ulteriormente aumentata dell’11,6% rispetto al periodo precedente.

Si tratta di chiedersi se il sistema pubblico è ancora in grado di sostenere questa situazione o se, invece, sia necessario promuovere una fase espansiva degli investimenti e organizzare una politica industriale per la crescita. Servono, infatti, misure robuste contro il declino industriale perché solo in questo modo è possibile riassorbire la consistente disoccupazione, specie giovanile, attrarre investimenti ed espandere di più le nostre imprese e produzioni sui mercati globali.

Quest’approccio però impone di recuperare notevoli risorse finanziarie da re-investire nella produzione.

Ma dove prenderle? E possibile perseguire 3 indirizzi.

Va superato il modo attraverso cui si affrontano le diffuse crisi industriali riducendo, tra l’altro, i tempi della cassa integrazione e gli ingenti fondi che sono messi a disposizione per risanare imprese che spesso non hanno possibilità di stare sul mercato.

Va ri-organizzata la Pubblica Amministrazione, anche a livello regionale. Basandola in primo luogo sul principio di efficienza, che significa: abbassare il rapporto addetti/abitanti (ora è di 275 addetti nella PA/10.000 abitanti, mentre in altri casi è di 245/10.000), ridurre sia la spesa primaria pro-capite (è di 5.023 €/pro-capite mentre in numerosi altri casi regionali è più bassa) sia la parte corrente (che ha registrato un aumento del 3,1% nell’ultimo anno) sia la spesa nella sanità (che impegna risorse per oltre il 50% del bilancio regionale ed è di 2.053 €/pro-capite, con un aumento nel periodo 2011-2013 dello 0,3% l’anno), semplificare le strutture operative (oggi in Regione esistono 10 gestioni separate dei Consorzi Industriali e di 4 Interporti, e 6 gestori delle strade, senza contare che in questo campo intervengono anche 217 Comuni). E la ri-organizzazione va basata sul federalismo, assegnando cioè maggiori responsabilità di spesa e di controllo alle istituzioni locali, come i Comuni uniti fra loro.

Va, infine, operata un’urgente e drastica diminuzione dell’infedeltà fiscale e della corruzione.

Le famiglie siano sfiduciate e preoccupate sul futuro, e l’economia industriale regionale è in movimento.

Da un lato, sono sparite centinaia di imprese in particolare nella sub-fornitura, nei distretti come quello della sedia, e nell’edilizia, che hanno messo alla porta tanti lavoratori, mentre sono ancora numerose quelle che non sono nelle condizioni di fare investimenti in risorse umane e impianti. Dall’altro, sono attive molte aziende che richiedono anche nuova occupazione, spesso di elevata qualità, che esportano molto e “stanno” bene nel mondo. Infatti, il Pil dell’industria è di 7,2 mld di € (era a 7,37 mld nel 2011 ed ha recuperato sul 2012), sono aumentate la produzione e le vendite industriali (+2.8%, +2.6%), è positivo l’andamento dell’export (+4.6%), anche se si esporta di più con meno addetti in ragione dell’innovazione tecnologica. In definitiva, è cresciuto il peso dell’”industria” nell’economia regionale (+2%), trascinato dai comparti dell’elettronica e delle macchine, e il “terziario superiore”.

Questa situazione da sola non basta. Deve anche riprendersi il mercato interno e con esso tutti i settori dell’economia. Diversamente non sono disponibili sufficienti risorse per sostenere la sanità, la scuola, i trasporti, l’ambiente e la cultura.

Sebbene un'economia strabica e contraddittoria, questi “beni comuni” sono stati sinora adeguatamente coperti. Ma per quanto tempo ancora ciò è possibile?

Prima si cresce, meglio è. Infatti, il Friuli Venezia Giulia ha registrato una diminuzione delle entrate tributarie dello 0,8% l’anno (nel periodo 2011 – 2013) composte da tributi propri e risorse devolute dallo Stato a titolo di compartecipazione, ha subito un calo dell’11,8% (2014) delle entrate da tributi erariali e da trasferimenti, sono diminuite del 5,8% le entrate proprie, come Irap ed entrate extra-tributarie. Si è, quindi, a rischio se non si dovesse invertire in tempi brevi simile tendenza.

Per queste ragioni è indispensabile una “politica industriale per la crescita”, per una parte già compresa nella legge chiamata Rilancimpresa, che valorizzi le produzioni storiche, come la navalmeccanica e la siderurgia, e che punti sull’high-tech e sulle nanotecnologie, sulle filiere del legno-mobile-arredamento e dell’agro-alimentare. Una politica che renda possibile nel settore dei trasporti e della logistica la creazione di 2.000 nuovi posti di lavoro, di ulteriori 2 mld di servizi logistici aggiuntivi e un incremento del Pil regionale di 1,7 mld.

Castions di Strada - 27 giugno 2015



venerdì 30 maggio 2014

"I luoghi del cuore" del FAI: vota anche tu per l'Amideria Chiozza!

Nel 2010 avevamo segnalato l'Amideria Chiozza nel post "Turismo Industriale: Un’iniziativa Brillante (Soprattutto se coniuga Passato e Presente)".  

Il blog ha ora ricevuto una richiesta: far pubblicità ad una iniziativa del Fondo Ambiente Italiano (FAI) "I luoghi del Cuore". Nel contesto della pubblicità, si propone di votare l'antica "Amideria Chiozza"

Sono già cominciate le votazioni per l'amideria Chiozza, termineranno a novembre 2014. 

E' un posto straordinario, un vero gioiello di archeologia industriale, non può essere perduto! 

Per questo ci associamo nel dare massima diffusione e invitare tutti i lettori a votare, grazie!

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Luigi Chiozza (1828 – 1889), chimico e scienziato di origine triestina, amico di Pasteur, aveva trasformato il suo sogno in una meravigliosa realtà, regalandoci una delle più produttive attività industriali in Friuli  dalla fine dell’Ottocento, innovativa per scelta dei materiali ma anche per lo sviluppo dei macchinari appositamente costruiti. L'Amideria Chiozza è un edificio-macchina creato con criteri di autosufficienza, al quale tutto il mondo ha guardato come ad un esempio produttivo moderno e come a una scoperta innovativa eccezionale per l’estrazione e la lavorazione dell’amido. Sorse nel 1865 lungo la roggia denominata "La Fredda" sui resti di un vecchio mulino, nella località omonima sita in Perteole, inaugurando in loco il ciclo chimico-industriale dell'estrazione dell'amido, dapprima dal frumento, poi dal mais e definitivamente dal 1872 dal riso. Avvalendosi delle sue profonde conoscenze scientifiche, Chiozza rivoluzionò le tecniche agricole per poi coniugare l'agricoltura e l'industria in un unico filone commerciale. All’epoca era una fabbrica di una modernità fuori dal tempo non solo nell’organizzazione di tutto il processo produttivo, a partire dalla materia prima: il riso, per arrivare al prodotto finito l’amido, curando anche lo sviluppo dei mezzi di trasporto necessari alle spedizioni in tutta Europa e fino in America, ma anche un progetto futuristico per distribuzione degli spazi e dei locali destinati alle lavorazioni, rispettoso delle norme di sicurezza, in modo quasi impensabile per quel periodo storico..

L’Amideria di Perteole ha prodotto per più di cento anni amido di ottima qualità, richiesto soprattutto dal mercato americano, restando operativa fino al 1986. Nel 1889 la direzione della fabbrica passò al figlio 
Giuseppe e poi, con capitali triestini, nel 1902, ad una nuova società "La nuova Pilatura Triestina". A questo periodo risale la grande ristrutturazione della fabbrica con l'introduzione di nuove caldaie e macchine per aumentarne la produzione. 

Attualmente lo stabile è di proprietà del comune di Ruda che naturalmente auspica il recupero e la 
riqualificazione di questo affascinante luogo. Purtroppo questo splendido opificio attualmente versa in condizione di gravissimo degrado, silenziosamente si sta consumando l’agonia di un vero gioiello della nostra Regione. Personalmente ho sentito di dover raccogliere quello che ho percepito come un grido di dolore e tentare, nel mio piccolo, di rendere omaggio a questo magnifica struttura, agli uomini e donne che qui vi hanno lavorato. 

Ho in qualche modo “adottato” l’Amideria di Perteole cercando di sensibilizzare e far conoscere questa 
realtà, contribuendo alla realizzazione di un libro di immagini e parole, di prossima pubblicazione, in
accordo con l’Amministrazione Comunale di Ruda, attuale proprietario dello stabilimento, con il patrocinio del FAI, dell’Unesco e di Italia Nostra. 
Milvia Morocutti milvia.morocutti@istruzione.it
L’attività imprenditoriale di Luigi Chiozza Dalla tenuta modello all’edificio macchina (l’Amideria 
di Perteole) a cura di Furio Bianco, Protagonisti del Made in Friuli, Camera di Commercio, Industria, 
Artigianato e Agricoltura di Udine, Grafiche Missio 1986.  

domenica 28 luglio 2013

Lettera di una lettrice: Perché l’uomo continua a praticare l’aborto?

L’URLO DISPERATO DI DIO PADRE
Perché l’uomo continua a praticare l’aborto

Gli scivolano via dalle dita, quei poveri esserini.
Gli portano via un pezzetto di cuore, povero vecchio Papà.
Un cuore di Padre distrutto dalla pazzia degli uomini.

E’ forse così astruso pensare che un DIO possa piangere?
Il nostro Gesù ha pianto sulla croce le lacrime dei non nati.
Parlare di aborto nei giorni d’oggi è quanto mai una scommessa: una dichiarazione di guerra contro il sistema.MA ANCHE UN ATTO D’AMORE VERSO IL DIO DELL’ESISTENZA che ha creato tutto a beneficio dell’uomo.E che aspetta solo di essere amato.
Molti presunti atei si chiederanno la cogenza di un ragionamento che implica l’esistenza di un “Altro” su cui non tutti sono d’accordo.
Interessa tutti, anche e soprattutto chi è impegnato a portare a casa la pagnotta e a stare attento ai prezzi del supermercato.
Interessa il mondo intero, credenti e non credenti.
Il Grido di Abbà è ili  grido dell’umanità e della società che si è allontanata da CIO’ CHE E’ PERCHE’ NON PUO’ NON ESSERE ALTRIMENTI – detto in termini filosofici – come il prezzo del latte che si distacca dal suo essere latte per andare impazzito verso  altri sistemi di prezzo.
Tutto si sta staccando dalle mani del proprio creatore, principio primo dell’essere e quindi unico in grado di dirigere la baracca degli eventi, del mondo, dell’esistere.
Vino al vino, pane al pane: se le cose non sono al loro posto, agnostici o atei che siamo, tutto sprofonda nel nulla.
E l’entità primigenia urla di dolore così come l’umanità. Anche quella parte che non ama, che si cura solo della spesa alla fine della settimana.
Quella che mette a morte degli esseri indifesi perché non può permettersi di dar loro la pagnotta.
Dove c’è innocenza, lì c’è provvidenza, insegnano i vecchi, a cui si può ben dar conto se con una mucca e una stalla riuscivano a far crescere otto figli!

L’universo geme e si dispera, perché l’uomo sceglie di essere dio di se stesso, decidendo le umane sorti senza badare a dove mette i piedi.
Un progetto di riforma possibile là dove si voglia, impossibile per le menti che troppo chiuse in se stesse preferiscono sentire l’urlo di un Dio, buono come nessuno, che geme per le vite che gli vengono strappate dal ventre, e che continua a chiamare l’umanità perché si converta e viva. 

martedì 2 luglio 2013

Lettera di un Lettore: la nostra crisi è crisi sociale, è crisi culturale, e crisi economica

Per l'ennesima volta rifacciamo i conti economici del primo semestre 2013, e per l'ennesima volta appare chiaro che anche nei primi sei mesi dell'anno siamo in perdita. E' crisi, è crisi dura senza nemmeno più il conforto di un sorriso o di un po' d'ironia. La mia collaboratrice, ingegnere molto competente, donna, mi dice sconsolata che fare questo mestiere sta diventando per lei un lusso che non può più permettersi. Molto più interessante, sotto il profilo economico, lavare scale o distribuire volantini che progettare.

E mentre mi parla, io penso ai tronisti, alle veline, alle escort, che riempono ogni giorno le pagine dei giornali con le loro poco epiche gesta; penso al denaro che viene loro riconosciuto per qualsiasi sciocchezza dicano. Penso a questo e confronto i nostri magri incassi a esibizioni che vengono pagate fino a 100 euro al minuto.

Cosa pensare di una società che, nei fatti, riconosce uno spropositato valore economico al nulla, al vuoto pneumatico, e invece umilia chi ha studiato, chi ha conoscenza, chi ha preferito un corso di studi all'esibizione anatomica?

La nostra crisi è crisi sociale, è crisi culturale, e crisi economica. Un triplice nodo che andrà sciolto contemporaneamente o non si scioglierà affatto; anzi andrà sempre più a stringersi al collo di chi faticosamente tiene in piedi questa costruzione pericolante che è il nostro disgraziato e sfortunato Paese.

RoDiMa

domenica 19 maggio 2013

Lettera di un Lettore: La contesa sulla strada Palmanova Manzano

Palmanova, lì 15.04.2013

Con cortese richiesta di pubblicazione se ritenuto di interesse generale.

La contesa sulla strada Palmanova Manzano rappresenta in modo esemplare la crescente difficoltà di rapporti tra cittadini e rappresentanti eletti; crisi peraltro testimoniata in modo incontrovertibile dal crollo dell'affluenza al voto. La nostra classe politica non appare in grado di cogliere e governare questo malessere, quasi avesse smarrito gli strumenti per interpretare la realtà, arroccandosi in comportamenti che sembrano spesso incomprensibili e irrazionali.

Questa infrastruttura viaria era stata pensata in altri tempi, quando forse avrebbe potuto avere una qualche giustificazione; dopo venticinque anni, corre il rischio di risultare anacronistica, certamente costosa. Eppure i politici di quasi tutti gli schieramenti recitano, assieme e come un mantra, che si tratta di una realizzazione importante, necessaria, indispensabile. Quasi che ripetendo mille volte lo stesso concetto, questo possa diventare più vero e più credibile. Da dove derivi questa granitica

certezza è un mistero. Tanto più, se si osserva che ogni amministratore pubblico coglie sfumature diverse e contrastanti: alcuni ritengono questa strada importante per il distretto della sedia, altri per il vino e l'agricoltura, altri per riscattare il cividalese da una secolare emarginazione, altri ancora per rilanciare il turismo. Alcuni dicono che è utile oggi, altri invece affermano che sarà utile in futuro. Il cittadino ascolta queste dichiarazioni estemporanee e ne trae la spiacevole convinzione di avere una classe politica autoreferenziale, incapace di rispondere razionalmente alle osservazioni e alle critiche che vengono dal territorio. Un mondo a parte, dove ci si elogia e ci si sostiene a vicenda, facendo ostinato quadrato contro chi non condivide il pensiero dominante.

Come può “tecnicamente” qualche chilometro di strada rilanciare l'economia del Manzanese, se il mercato è oramai globale, e i nostri prodotti dovrebbero essere venduti ovunque, su piazze che distano migliaia di chilometri dal Friuli? E' possibile, invece, fare qualche ragionamento serio su quali prodotti offrire al mercato mondiale, sulla loro reale competitività, sulla capacità di intercettare la domanda proponendo articoli innovativi e di qualità? Credo nessuno possa infatti pensare di colmare il deficit di proposta commerciale semplicemente arrivando al casello autostradale qualche minuto prima. Le strade su cui si muovono i prodotti, e si incrocia domanda e offerta, al giorno d'oggi, sono le strade virtuali di internet, che possono raggiungere in pochi secondi ogni angolo del mondo. In assenza di pianificazione e strategia, la nuova strada potrebbe paradossalmente diventare utile al trasloco delle ultime aziende verso lidi più profittevoli, verso Stati meno vessatori nei confronti della libera impresa.

Infine, un considerazione. Molti politici sostengono che il denaro pubblico stanziato và comunque speso, altrimenti si corre il rischio che venga indirizzato ad altre esigenze. La tesi sarebbe condivisibile se questo denaro fosse a nostra disposizione per grazia ricevuta, magari caduto da un pero, e non fosse invece prelevato dalle tasche dei cittadini. Gli stessi cittadini che, ingrati, non colgono la straordinaria occasione di spenderlo, e, pretendono invece una seria analisi costi/benefici. In tempi di pesantissima leva fiscale, spendere del denaro solo perchè disponibile risulta incomprensibile a chi faticosamente paga le tasse. Tanto per chiarire, si tratta di una spesa di 1,5 euro per ciascun cittadino italiano, contando tutti gli abitanti d'Italia, dalle Alpi a Pantelleria; oppure, per limitarci a un contesto più domestico, di 72,0 euro per ciascun abitante della nostra Regione. Risparmiare può significare ridurre il carico fiscale; l'idea, di per sé, non appare così disdicevole. Se denaro pubblico và impiegato, questo va indirizzato a migliorare il nostro sistema produttivo, a renderlo competitivo nel mondo, alla formazione di una cultura industriale solida e non estemporanea, alla definizione di prodotti nuovi e d'avanguardia, ad alto valore aggiunto. Solo con questa logica, forse, potremmo salvarci da un declino industriale che sembra inarrestabile.

RoDiMa

martedì 23 aprile 2013

Lettera di un Lettore: Piccole Considerazioni Post Elettorali

E' da un po' che faccio sempre maggiore fatica a interpretare la realtà sociale e politica italiana. La mia dissociazione è iniziata alcuni anni or sono con la politica, oramai irrimediabilmente governata da una logica priva di alcun senso per me. Ora, da alcuni mesi, l'area di incomprensione si estende ai miei concittadini. Francamente, non capisco quasi più nulla di quello che accade.

L'amministrazione di centro destra uscente ha governato la nostra Regione con criteri incomprensibili, sprecando molte occasioni di sviluppo, secondo una scelta prioritaria del rinvio di tutte le decisioni rinviabili. Governare per non scegliere sarebbe stato un ottimo e veritiero slogan elettorale. Fino al capolavoro dell'accordo sulla macroregione, che piazzava un sonoro calcio nel sedere alla nostra specialità. Risultato: il 39% dei votanti continua a riconoscersi in Tondo.

La Serracchiani, capofila di un Partito completamente destrutturato e governato da incerte e rissose personalità, barcamenandosi tra Renzi e Bersani, porta a casa il 39.4%, sulla base di un programma che mi appare inconsistente e privo delle necessarie priorità [accontentare tutti è sempre una buona mossa, in occasione di elezioni, ed è atteggiamento presagio di una futura amministrazione altrettanto incerta e inconcludente quanto quella appena trascorsa].

Il Movimento 5 stelle, troppo spesso in preda a integralismi masochisti, raggiunge il 19%, puntando sulla capitalizzazione di un carisma personale [Grillo], che i suoi seguaci non possono avere, apparendo troppo spesso in libertà di pensiero vigilata.

Le tre maggiori forze si presentano ai concittadini con programmi incerti, confusi, mentre l'economia regionale muore.

E' un quadro talmente caotico e indecifrabile da indurmi al ricordo nostalgico della vecchia Democrazia Cristiana. Non riesco a gioire leggendo i risultati elettorali. Riesco solo a pensare alla transitorietà degli orientamenti pubblici, che nel giro di pochi mesi elevano agli altari e successivamente distruggono ciò che hanno eletto, nella rincorsa irrazionale verso un punto di riferimento che ancora non si trova.

Immagino me e i miei concittadini come i passeggeri impazziti di una nave che affonda. Tutti corriamo da poppa a prua, cercando scampo, cercando una scialuppa, su cui saliamo frettolosamente per accorgerci subito dopo che il fondo della scialuppa stessa è forato. Poichè non capisco più nulla, mi auguro di sbagliarmi e che i prossimi cinque anni siano anni memorabili. Siano gli anni del riscatto morale, sociale ed economico della nostra Regione e dell'Italia. Me lo auguro. Ma, francamente, non ci credo più.


martedì 16 aprile 2013

Lettera di un lettore - Nel 2012, 500 suicidi per la crisi economica. Mentre a Roma si discute, l'Italia muore


Palmanova, lì 15.04.2013
Con cortese richiesta di pubblicazione se ritenuto di interesse generale.

Nei giorni scorsi, sui giornali è apparsa la notizia che nel 2012 sono stati rilevati 500 suicidi riconducibili direttamente alla crisi economica. Un numero pari al 18% del totale del totale delle persone che si è tolta la vita l'anno scorso. E' certamente una notizia drammatica, a cui non è stato dato il giusto rilievo. Un così elevato numero di morti stà a testimoniare che è in corso una vera e propria guerra, e che, come in tutte le guerre, ci sono inevitabilmente vittime, molte vittime.

Oltre il sentimento di umana pietà per coloro che non hanno retto la fatica del vivere dei nostri giorni, restano alcune amare considerazioni. Come in tutti conflitti, esistono due parti che si fronteggiano aspramente e violentemente, per contrasti di interesse. Da una parte, sicuramente identificabile, ci sono i cittadini, ovvero, ognuno di noi. Questi morti non sono alieni, sono i nostri vicini di casa, i nostri colleghi di lavoro, i nostri parenti. In ultima analisi, questi morti siamo noi.

Resta da definire chi sono gli altri, chi sono gli avversari. E qui il discorso si complica, perchè non è affatto facile capire chi ci stà aggredendo. La lettura più elementare ci porterebbe a identificare nel “nemico” la nostra classe politica, così incapace e velleitaria. Questa interpretazione, però, è troppo semplicistica. Ferme restando le gravissime responsabilità morali e pratiche dei nostri rappresentanti eletti, che in lunghi anni di mala gestione hanno contribuito a smontare lo Stato e il senso stesso di appartenenza a una collettività, appare sempre più evidente che il piano di aggressione è ben più ampio e articolato. Dentro il cartello alleato che ogni giorno ci impoverisce e ci tormenta ci stanno sia formidabili spinte internazionali, sia miserrime ottusità burocratiche.

Noi cittadini perdiamo ogni giorno una piccola porzione di diritti, subendo angherie intollerabili e mortificanti. Chi gestisce un'impresa autonoma, conosce molto bene, quotidianamente, l'enorme fatica di gestire il bilancio in assenza di pagamenti certi ed esigibili, avendo da tempo rinunciato a riconoscere nel sistema giudiziario italiano un interlocutore affidabile e veloce. Chi lavora nel settore autonomo vede giornalmente calpestata la sua professionalità da parte della concorrenza sleale, che distrugge il valore del lavoro in nome di una corsa senza senso al ribasso, senza alcun controllo da parte degli organi istituzionali. E' la guerra dei poveri, di tutti contro tutti.

Chi si ostina a rispettare le regole, si vede continuamente superato a destra e a manca dai furbi e furbetti che propongono scorciatoie tecniche e morali, in nome di un'interpretazione grottesca e tutta italiana del principio di libera concorrenza. Chi si assoggetta al dovere di pagare le tasse, per primo soccombe quando sono le Istituzioni stesse che per prime negano il pagamento delle prestazioni ricevute.

In questo panorama desolante, la cosa più angosciante è la mancanza di una qualsiasi credibile prospettiva di cambiamento. Non nutrire speranza per il futuro è molto peggio che sopportare la crisi attuale. Resta forse e solo la prospettiva di andarsene. Andarsene da questa Italia matrigna, fuggire da questa società di cui non si condividono più i valori; scappare da una quotidianeità ricca di amarezze e misera di soddisfazioni. Andarsene, che per troppi nostri concittadini ha significato tagliare tutti i ponti, drammaticamente e irreparabilmente. E mentre a Roma si discute, l'Italia muore.

R. Di Maggio

domenica 30 settembre 2012

Lettera di un Lettore: cambiamo rotta al Titanic Italia prima dell'Iceberg all'orizzonte?

Riceviamo questa missiva da un amico e pubblichiamo...
Un gruppo di bocconiani "longevi", di cui faccio parte, recentemente mi ha assegnato il "coccodrillo", che spetta a coloro che superano i 900 mesi di età. L'autore dell'articolo non é ancora "longevo" ma la sua analisi mi sembra interessante.

Non c'è dubbio: non solo la zona dell'Euro è piombata in profonda recessione (sebbene con molte asimmetrie e tempistiche differenziate) ma addirittura gli USA hanno ammesso pubblicamente, in occasione del lancio del QE3 (il nuovo programma di immissione di liquidità sa parte della FED) che la misura era in caldo da tempo, ma che servivano dati e analisi più approfondite per giustificarne il lancio. Come dire che adesso è certo che anche gli USA accertato l'aumento della disoccupazione, stanno approcciando la nuova, ennesima recessione!

I mercati azionari in questi giorni brindano a Ben Bernanke e al suo QE3, ma a me sembrano passeggeri del Titanic durante l'ultimo ballo prima dell'Iceberg. Ho fatto una domanda ad un amico gestore di patrimoni che stimo molto: ma come è possibile che i corsi azionari crescano in Occidente (addirittura in Europa) se la tanto anelata ripresa non ha luogo? Lui mi ha guardato come io osserverei un marziano per capire se parla la mia lingua e poi rispondendomi ha sorriso: "ma tu non sai che ormai ai mercati interessa solo sapere quanta liquidità c'è in giro?"

Come dire: merry-go-round fin che si può, poi si vedrà.

In effetti mai come in questo momento le indicazioni dell'analisi tecnica differiscono da quelle dell'analisi fondamentale! La prima, attraverso grafici e statistiche, rivela gli stati d'animo degli investitori (o soltanto dei traders), la seconda l'andamento dell'economia reale. È difficile affermare che la seconda ha ragione, mentre la prima si illude! Viviamo un tempo in cui tutta la saggezza economica tradizionale è messa in discussione. I suoi paradigmi, le sue regole auree.

L'analisi tecnica sarà basata sul nulla ma è la legge dei grandi numeri: difficile confutarla con le opinioni. E poi ci indica dove andranno i mercati, non l'economia. La seconda sarà basata sulla disoccupazione, sulla produzione industriale, sull'andamento dei consumi e sulle cose tangibili, ma genera soltanto opinioni, mai certezze su dove andrà il mondo. Anzi: spesso prende cantonate micidiali!

Chi ricorda la scuola di Chicago di Milton Friedman? Chi le teorie di allocazione ottimale dei portafogli di Modigliani-Miller? Chi, più recentemente, ha mai potuto verificare le (stupende) teorie di Amartya Sen? Si dibatte ancora di Hayek, di Keynes, e addirittura di Adam Smith. A volte le teorie economiche sono divenute ideologie. Ma quasi mai hanno indicato dove vanno domattina i mercati.

Intanto però la crisi morde, la liquidità scarseggia, i consumi calano e gli investimenti vengono rimandati. Conseguentemente i posti di lavoro si riducono e la popolazione invecchia. Ho letto recentemente un saggio molto convincente che spiega le grandi ondate di inflazione e deflazione sulla base dei cicli demografici. Se chi l'ha scritto avrà ragione per noi Italiani non c'è scampo: una profonda deflazione ci attende per lunghi anni!

E deflazione è sinonimo di depressione, di disoccupazione e di emigrazione.

Con una differenza rispetto al passato: nei primi anni del '900 esportavamo disoccupati e poveracci in cerca di una nuova dignità, nei primi anni del nuovo Millennio vediamo andare via i giovani, i migliori, i geniacci, gli imprenditori e i loro capitali. Come credete che andrà a finire?

I mercati finanziari rischiano di divenire autoreferenziali se marcano un forte distacco dalla realtà. Il fenomeno dei fondi pensione è ancora marginale ma è destinato a crescere. E insieme a loro, agli assicuratori e ai piccoli risparmiatori c'è sempre più gente che cerca ormai soltanto valori veri, certezze tangibili, iniziative valide nel lungo termine.

In un mondo di Borse che vivono alla giornata e titoli che non rispecchiano l'economia reale non è difficile comprendere dove si andrà a parare.

Già oggi molti investitori iniziano a preferire i bassi rendimenti degli immobili e delle Public Utilities, o quelli nulli dell'oro e delle materie prime, pur di riscoprire certezze e verità, di allontanarsi dalla volatilità che continua a crescere e dall'azzardo dei derivati!

Il mondo sta cercando di ritrovare fiducia e certezza, verità e concretezza, valori e non sogni. Questi ultimi per molti anni hanno determinato iniziativa e prospettive, ma poi, illudendo tutti coloro che li accarezzavano di poter vivere al di sopra dei loro mezzi, hanno generato l'attuale periodo di disillusione e di declino.

Com'era prevedibile. Eppure fermare il declino si può. Anzi, si deve, se non vogliamo buttare alle ortiche le basi stesse della nostra civilizzazione. E vale per le Euro-zone come per il nostro quartiere. Anzi vale in particolar modo per noi italiani, se volessimo comprendere davvero i gangli della nostra crisi! Da dove arriva, da cosa dipende.

È sufficiente dividere tutto (come ci insegna Celentano) tra buono e cattivo, tra positivo e negativo, "Rock" e "Lento",come diceva lui in una recente trasmissione televisiva. Sarà un po' riduttivo, ma se non abbracciamo di slancio un nuovo modo di pensare, non faremo mai il salto della quaglia! Proviamo insieme: - Innovazione (è Rock) - Corruzione (è Lento) - Iniziativa (è Rock) - Sindacato (è Lento) - Solidarietà (è Rock) - Burocrazia (è Lento)...

Si può andare avanti molto a lungo ma la morale è relativamente semplice: bisogna restaurare la fiducia nelle istituzioni, nella democrazia (quella vera, con le Primarie a cui può presentarsi chiunque e con l'elezione diretta delle alte cariche, Magistratura giudicante compresa!), nell'iniziativa individuale, nella cooperazione, nel risparmio, nella moneta, nella Polizia...eccetera Per farlo occorre un'onda lunga di ribellione al declino, di moralizzazione profonda, di iniziative premiate e non ostacolate, di fiducia e solidarietà, di certezze e di semplificazione e di rispetto per poche, fondamentali regole! Per farlo occorre creare ottimismo, premiare l'iniziativa, svincolarci dalla burocrazia, dalla prevalenza della forma sulla sostanza!

Per farlo occorre iniziare dal basso, dalle cose quotidiane, dalla gente, che deve riscoprire la politica (e non il contrario).

Proviamo da oggi a dire no a tutti quelli che ci impongono regole non necessarie non sane, non semplici. Proviamo a rifiutare tutte le limitazioni che ci vengono dai nostri "caporali" (come Mastrocinque faceva chiamare i furbi daTotò) e proviamo a vivere in modo "nuovo"! Rifuggiamo dai soliti imbrogli, dai piccoli compromessi, dalla speranza che la manna ci scenda dal cielo. Proviamo a fare invece che dire, torniamo a leggere invece che guardare (la tv e i suoi persuasori), ad anticipare le cose invece che rimandarle! A cercare altrove invece di disperare. A dare fiducia ai più forti e ai più puri invece che ai più furbi e ai più maliziosi: è fin troppo facile sapere chi sarà la loro prossima vittima!

Il declino lo si ferma svincolandosi dall'ovvio, dal brutto, dall'oppressione e dal passato, dalle futilità consumistiche e dalla diffidenza. Il declino si evita gettandosi (magari senza avventatezza) nell'iniziativa, nella novità, nella solidarietà e nel sorriso. Tornando a provare il piacere di costruire qualcosa e ad eccellere in quello che si fa. Riscoprendo i principi e il piacere di darsi da fare, fino a scrollarsi di dosso i furbi e i mafiosi, i padrini e i "caporali". Avere il piacere di intraprendere, ma soltanto se si riesce ad evitarne le trappole e ad avere a che fare solo con quelle persone integre che meritano la nostra fiducia e ci consentono di fare due passi avanti. Gli altri lasciamoli al loro destino. Pian piano non troveranno più nessuno da truffare!

A livello collettivo il declino lo si ferma con l'affermazione della libertà, delle certezze, dell'onestà e della capacità di fare andare avanti i migliori. Di vantarsene invece che di invidiarli e scacciarli via. Di dargli fiducia, invece che sperare che non ci mettano in ombra. Il declino lo si ferma lavorando insieme per eccellere, invece che restare solitari e mediocri, riscoprendo i valori veri invece che accettare quelli che sono una truffa dichiarata, pretendendo che il vigile faccia il suo mestiere, che il giudice si meriti il nostro applauso, che il medico sia preparato, che la banca riscuota la nostra fiducia, che il politico sia il migliore tra quelli come noi, non il più corrotto!

Dobbiamo arrivare alla fame e all'anarchia per riscoprirlo? O ci è sufficiente dire basta adesso, prima che sia troppo tardi (e comportarci di conseguenza)?

mercoledì 18 luglio 2012

Campionesse al Torneo di Castions: le Pagelle delle Leonesse Morsanesi

Le ragazze morsanese si sono distinte anche questa volta sul terreno dell'invisa Castione e, ovviamente, hanno trionfato nelle sfide del calcio femminile. Sono giunte via mail le pagelle che qui rirponiamo...

Elena P. voto 9,5 (Peruzzi)
Ho sentito vociferare che ...non e’ agile, non para, basta tirare in porta (e la palla entra). Per almeno tre volte salva il risultato e para anche i rigori! Per i critici: un bel tacere non fu mai scritto!
THE WALL

Monica voto 9,5 (Nesta)
Signori e signore ecco a voi il prototipo del perfetto centrale difensivo! La sua e’ una partita da applausi: anticipi, diagonali, cambi di marcatura, rilanci... non sbaglia nulla! ...E Lei voleva stare a casa a studiare!
HONORIS CAUSA

Genny voto 8 (Chiellini)
Comincia la partita commettendo qualche distrazione di troppo ma con il passare dei minuti migliora e sfodera grinta e determinazione.
DETERMINATA

Giulia voto 8 (Jørgensen)
Avrebbe dovuto giocare nel ruolo di "punta" ma a causa dei pochi cambi a disposizione, finisce col fare il terzino. Si e’ sacrificata in un ruolo non suo facendo comunque molto bene. Suo anche il rigore decisivo. Quando le ho detto che avrebbe dovuto correre e sacrificarsi per la squadra, mi ha risposto: “come dute la me vite eh!
FILOSOFICA

Elena F. voto 8 (Nocerino)
Il meglio di se lo dá giocando da centrocampista centrale. Contrasta senza paura e dá una grande mano alla squadra. E' in forma e si vede.
COMBATTENTE

Moira voto 8 (Marchisio)
Lei a centrocampo é come un guerriero apache: contrasti vigorosi e in più di un'occasione dá una mano all’attacco con degli inserimenti palla al piede. Nelle sue vene scorre grinta allo stato puro. Un voto lo perde perché nel finale non dice di essersi fatta male e pur di restare in campo fa un pò di testa sua. Resta il fatto che in quanto a voglia e determinazione da molto da insegnare
PROFESSORESSA

Antonella voto 8 (Maicon)
Per la squadra è un importante punto di riferimento. Gioca tutto l’anno e di conseguenza ha più esperienza e un ritmo partita maggiore. Sparacchia qualche tiro in tribuna, però corre molto e dá una mano in tutte la zone del campo. 
ONNIPRESENTE

Valentina voto 8 (Inzaghi)
Per tutto il primo tempo si ritrova con due marcatori che non hanno nessuna intenzione di usare le buone maniere con lei. Comunque non si dá per vinta, lotta su ogni pallone, non segna ma guadagna un paio di buone punizioni. Di lei tutto si può dire fuorché svogliata.
LOTTATRICE

Daniela voto 9 (Iniesta)
Il numero 10 in una squadra è il giocatore di maggior talento e non a caso lo indossa proprio lei. Il meglio di sé lo mostra nel secondo tempo quando il vice-allenatore “Tirelut” ha l’intuizione di farla giocare "punta" e come dice lui “paura e delirio”. L’episodio da ricordare é il colpo di tacco con cui si libera di due difensori.
 TALENTUOSA

Vittoriose 10 e Lode! 

giovedì 12 luglio 2012

Lettera di un lettore: Servono le Province?


Una lettera di un lettore che pubblichiamo.

"Servono le Province?" si domanda Dibattito Morsanese. Penso che nel Friuli Venezia Giulia dei campanili dobbiamo avere il coraggio di salirci per vedere meglio e più lontano, piuttosto che restare a terra, rassicurati, a prendere l'ombra. 

Non è solo la crisi economica e la crescente scarsità di risorse pubbliche a richiedere una radicale modifica dei poteri locali, delle fonti di costo e di erogazione dei servizi. Sono giunti al termine di un lungo ciclo virtuoso anche le condizioni che hanno contrassegnato un periodo della nostra storia. Infatti, attraverso la specialità e il policentrismo urbano sono state garantite sia l'unità regionale sia la crescita economica e sociale del Friuli Venezia Giulia. Ma oggi la loro funzione appare esaurita. E' l'occasione, quindi, per pensare ad altri paradigmi che permettano un nuovo senso di appartenenza e di crescere consumando di meno mettendo in campo, finalmente, una organizzazione isituzionale di tipo federalista, alla scala nazionale, e legata alle città e ai sistemi territoriali locali, alla nostra scala. Del resto, l'affermarsi di una ben definita dimensione dell'economia, con il mondo vero nastro trasportatore di beni e servizi, e dell'Unione Europea, quale sorgente prevalente di sovranità, comporta la ridefinizione della missione degli Stati Nazione e il formarsi di una nuova regionalizzazione. Non serve attendere.

Serve poco sapere che la legislazione di riordino dei poteri e delle istituzioni è in movimento, quando poi non appare chiaro a chi è in mano lo scettro del comando, se alla politica, ai Comuni o ai tecnocrati, né entro quale periodo si realizza la riforma e si dà vita ad un modello organizzativo diverso da quello che ancora conosciamo. Al fondo, vi è l'urgenza dell'innovazione istituzionale e della governance locale che solo un approccio rigoroso e non volontaristico può favorire. Coerenza vuole che si punti sulla Regione e sulle città; sulla costruzione di nuovi Comuni, dal superamento di un buon numero dei 218 esistenti, e su una decina di sistemi territoriali di area vasta (peraltro previsti dal nascente Piano di Governo del Territorio), entro cui affrontare problemi complessi, pianificare e gestire servizi e patrimoni naturali e economici. Due livelli istituzionali (Regione e Comuni) più uno (sistema territoriale) favoriscono l'obiettivo del contenimento dei costi, di spesa corrente e per i progetti, e liberano nuove risorse finanziarie pubbliche, da destinare al
miglioramento della qualità dei luoghi (paesaggio, borghi) e degli asset (piattaforme produttive, strutture tecnologiche). Non bisogna avere paura di accantonare l'esperienza storica che pur ha determinato un'evoluzione positiva della comunità regionale. I vecchi confini forse ci rassicurano ma non ci salvano. 

Si tratta di avviare, con la rapidità che le circostanze richiedono, l'innovazione e la cooperazione territoriale contro la consolidata e onerosa ricerca di concorrenza interna tra ogni singola realtà urbana, per attrarre abitanti, clienti, turisti, studenti e imprese, attraverso l'utilizzo delle leve fiscali e tariffarie, il consumo del suolo, la dotazione di capitale fisso sociale. Se questo modello che si è caratterizzato fino ad oggi dovesse confermarsi, per inettitudine o cecità o localismo, si disperderebbe ogni residua possibilità di contenere la spesa pubblica e di elevare sia la sostenibilità di iniziative e progetti sia la coesione sociale. Va da sé che l'organizzazione di un disegno è un processo, non è mero atto amministrativo e decisione definitiva del legislatore o del politico. Come non è pensabile promuovere l'innovazione istituzionale e la governance locale se, parallelamente, non si mettono in opera strumenti di perequazione fiscale. Il successo delle politiche di "cessione di sovranità" tra un Comune e un altro, l'ottimizzazione dei servizi, l'integrazione delle attività e il ri-addensamento urbano e produttivo deriva se, appunto, non c'è qualcuno che guadagna a scapìto di altri soggetti. Così come va utilizzato al meglio il rilevante numero di persone e le competenze tecniche occupate nelle strutture regionali e provinciali. Forse è il caso di immaginare una scomposizione-ricomposizione dell'occupazione all'interno del modello istituzionale che deve affermarsi, facendo i conti con i vincoli e le possibilità offerte dal "comparto unico" che oggi regola i rapporti tra dipendenti e amministrazione regionale.
Maurizio Ionico

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