martedì 30 agosto 2016

Riflessioni: l voto dei più colti dovrebbe pesare di più alle elezioni? L’urna a due velocità di John Stuart Mill

Spesso in paese si sente qualcuno sostenere la posizione secondo la quale dovrebbe avere diritto di voto solo chi ha un certo livello di conoscenza delle questioni di cui dibatte la politica. Gli altri si dovrebbero limitare a fare gli spettatori silenti. Il dibattito non avviene solo a Morsano al bancone del bar ma in sedi meno prestigiose come ad esempio le aule accademiche ed i giornali colti. Pazienza, ci adattiamo volentieri a quei dibattiti, tant'è che ospitiamo qui un articolo sulla questione da ""

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Il voto dei più colti dovrebbe pesare di più alle elezioni? L’urna a due velocità di John Stuart Mill

Così, la Brexit avrebbe forse perso, ma non è una soluzione
Fino a poche settimane fa, le democrazia era uno dei pochi tabù dei nostri tempi. Mettere in dubbio il principio una-testa-un-voto significava auto-esiliarsi dal dibattito pubblico. Molto si ragionava, semmai, su come estenderne le frontiere: sanare il «deficit democratico» dell’Ue, sperimentare forme partecipative, esportare istituzioni democratiche dove non ci sono.

Ma non sempre il demos, quando vota, si rivela all’altezza delle aspettative dei democratici. La Brexit è stata la proverbiale goccia che fa traboccare il vaso. Siccome da una parte c’era l’appartenenza al mercato unico con i suoi vantaggi e dall’altra un salto nel buio, l’esito del referendum è stato letto dagli sconfitti come il sintomo della crescente difficoltà di un voto «riflessivo». I «leaver», probabilmente, sentivano di aver perso il controllo sul proprio Parlamento e sui propri confini e hanno votato per riprenderselo.

Le élites novecentesche erano coinvolte in perenni conflitti ideologici. Oggi hanno valori in larga misura omogenei. Per questa ragione interpretano il dissenso non come una questione di diversi valori: ma come una forma di ignoranza. Sembrano dibattiti nuovi, ma non lo sono affatto. Non è nuova nemmeno l’incapacità di escogitare una soluzione convincente. A questo proposito, è interessante rileggere John Stuart Mill. Economista e pensatore politico, Mill fu fra i primi a battersi per il voto alle donne. Nelle sue Considerazioni sul governo rappresentativo (1861), sostiene il suffragio universale - ma «temperato» dal voto plurimo. «Le persone la cui opinione merita maggiore attenzione devono disporre di un voto più pesante».

Mill concepisce la libertà come autonomia, come possibilità di provare a costruire ciascuno la propria vita a proprio modo. Questa libertà va a vantaggio di tutti, perché una società più creativa è anche più innovativa e più prospera («Quando vi è più vita nelle singole unità, ve ne è di più anche nella massa che compongono», scrive nel saggio Sulla libertà) ma non può essere garantita dal principio di maggioranza. La massa tende a invidiare coloro che fanno cose nuove.

Fra i meccanismi per frenare il pericolo del dispotismo della maggioranza, Mill immagina il suffragio «a peso variabile», che consenta ai più istruiti di contare di più. A questo voto «pesante» si dovrebbe accedere con «esami volontari accessibili a tutti».

Se questa proposta non è mai uscita dai libri, c’è una ragione. Ha un bel dire Mill che «i soggetti di un voto meno influente non dovrebbero sentirsi irritati per questo», e che «solo un pazzo» può offendersi perché «si riconosce l’esistenza di altri con opinioni e aspirazioni superiori alle sue». La società esiste proprio perché ciascuno ha competenze diverse dagli altri: il panettiere ha bisogno dell’idraulico e il sarto del pizzaiolo. Nessuno «si sente irritato» per questo. Ma la vita pubblica è un’altra cosa, e l’idea del suffragio universale implica l’equivalenza del valore delle opinioni. La «competenza» tecnica è un attributo che pretendiamo dal nostro medico o dal nostro idraulico; al più dagli “impiegati” dello Stato, dai poliziotti ai capi di gabinetto. L’indirizzo politico, però, è lasciato alla conta. In una democrazia «presa sul serio», davvero «uno vale uno».

Un secolo e mezzo fa, si pensava che governo popolare ed istruzione di massa sarebbero andate assieme. Per lo stesso Mill, «uno dei principali meriti di un governo libero è proprio quello di educare l’intelligenza e i sentimenti persino degli strati sociali più bassi chiamati a prendere parte alle decisioni». Il suffragio universale avrebbe costituito una sorta di palestra, l’abitudine a prendere decisioni ci avrebbe reso decisori migliori. È andata così forse in Svizzera, dove il frequente ricorso al referendum produce scelte sorprendentemente ponderate. Oggi un po’ dappertutto assistiamo al prevalere del voto istintivo. E questo avviene nelle società più scolarizzate di sempre, dove per giunta tutta l’informazione del mondo è disponibile al costo di un clic.

Forse ad essere sbagliato, ieri come oggi, è il modo d’impostare il problema. Le neuroscienze della politica suggeriscono che i pregiudizi sono molto più radicati di quanto sembra. L’elettore razionale, che legge i programmi e si sposta da sinistra a destra a seconda delle circostanze, è una fantasia. Che si voti «con la pancia» è probabile, capire chi propone cosa, e poi verificare che lo faccia, richiede fatica e tempo. Né i più colti ed informati sono liberi da pregiudizi.

Se non si può cambiare la natura umana per riformare la politica, forse si può ridurre l’ambito delle scelte a maggioranza. Svolte che incidono profondamente sullo status quo (come la Brexit) dovrebbero richiedere super-maggioranze, come avviene in Parlamento per la riforma della Costituzione. Oggi noi eleggiamo chi decide grosso modo della metà del Pil. L’elevato peso dello Stato è un argomento a favore della «competenza» nel gestirlo, ma la percezione che esso costi al cittadino metà del suo reddito consolida il bisogno del controllo. Se vengo tassato così tanto, non posso lasciare che decidano gli altri.

Se lo Stato governasse il 10% del Pil, il populismo farebbe meno paura: perché decisioni erronee o pregiudiziali produrrebbero danni decisamente inferiori. Forse è più semplice convincere il demos a riprendere sovranità sul proprio reddito, accettando una riduzione dei poteri pubblici, che a cedere il passo ai «competenti». Ci pensino, le élites.

Alberto Mingardi
Twitter @amingardi 

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Numeri Utili: reddito dei giovani architetti (2016)

Nel 1995 un architetto italiano guadagnava, in proporzione, l'equivalente di 36mila euro lordi l'anno
Nel 2015 il reddito è sceso a 19mila euro lordi. 

Dati Fondazione Inarcassa per il Sole 24 Ore registrano un reddito professionale annuo di 9.300 euro lordi per gli architetti con meno di 30 anni di età, contro lo standard dei 12mila euro annui dei neoingegneri.

Anche aggiungendo una decina d'anni in curriculum, la situazione cambia poco: il 30% degli under 40 vive sotto la soglia di povertà, (reddito di circa 7mila euro lordi l'anno). 

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Vedi:

Numeri Utili: La classifica dei neolaureati occupati in Europa (2016)


La classifica dei neolaureati occupati in Europa 29 Agosto 2016

Numeri Utili: la potenziale povertà in vecchiaia delle donne morsanesi (se non si fanno un fondo pensione adeguato)

lunedì 29 agosto 2016

Numeri Utili: cosa far studiare ai figli (2016)



Secondo lo studio pubblicato dall'Economist, le lauree o comunque i segmenti economici dove lo studio specialistico rende di più sono: ingegneria, economia, scienze e poi tutto il resto. Arte e letteratura seguono.

venerdì 26 agosto 2016

Numeri Utili: INPS sulla percentuale di contratti a tempo indeterminato (Agosto 2016)

Lavori che spariranno: il taxista



Tecnicamente non ha impatto sull'economia di Morsano in quanto non ci sono tassisti paesani tuttavia, i taxi che si guidano da soli, è probabile che in futuro faranno capolinea anche a Morsano di Strada per essere utilizzati da clienti locali.

Basterà una app (es. UBER) e il gioco è fatto.

Noi in Italia ci arriviamo tardi e protestiamo contro ogni innovazione fin da subito. Poi però ci abituiamo ed adottiamo quello che da alte parti (di solito i paesi anglosassoni o dell'Europa del Nord) adottano per primi.

Basti pensare all'innovazione portata in paese da YouPorn dove ora tutti parlano di MILF e han imparato ad usare il mouse con la mano sinistra.

giovedì 25 agosto 2016

CAFON: se il default (dolce) dell'Italia è ormai dato per assodato

Questo post sul blog "richio calcolato" rispecchia per filo e per segno il sentire del CAFON da tempi remoti. Per quanto si cerchi di mettere in guardia i morsanesi, senza fare terrorismo mediatico, ma strettamente attenendosi ai fatti, è difficile essere profeti in patria. Così capita a fagiolo questa posizione di "richio calcolato" che associa l'inizio dei cazzi amari con la fine del mandato di Mario Draghi a parafulmine per l'Italia ovvero a governatore della Banca Centrale Europea. Nel 2019 facile che il prossimo governatore sia il tedesco ora a capo della Bundesbank. E non ci saran più parafulmini di comodo per la nostra classe politica e soprattutto per me e te, italiani medi, che mettiamo la testa sotto la sabbia aspettando che il peggio passi. E non passa mai. Però ve lo avevamo detto per tempo...

Numeri Utili: Truppe ONU e contributi nazionali all'ONU

Who fights, and who pays for UN peacekeeping missions - Jun 1st 2016

Gli USA non hanno caschi blu dal tristemente famoso abbattimento dell'elicottero in Somalia (ci han fatto anche un film). Però contribuiscono finanziariamente alle esigenze dell'ONU più di tutti. Curiosamente, l'Italia è il paese occidentale che contribuisce con più Caschi Blu.

L'ONU paga 1300 $ al mese i Caschi Blu. Questa è una delle ragioni per le quali è conveniente ai paesi poveri. mettere a disposizione truppe per l'ONU.

Il modello è: noi ricchi paghiamo e voi poveri andate in trincea. Fin che non ci scappa il morto il gioco sembra funzionare bene per gli uni, che non rischiano, e per gli altri, che son pagati bene rispetto alle paghe all'origine.

L'Italia sta in mezzo...

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