domenica 26 luglio 2015

Passare dai “tavoli di crisi” alla “politica industriale per la crescita”

Lettera di un lettore: "Passare dai “tavoli di crisi” alla “politica industriale per la crescita” di Mauri.

Caro Dibattito Morsanese,

nel lontano 12 luglio 2012 scrissi una lettera dal titolo “Servono le Province?” che ha alimentato un acceso dibattito sul blog, tra favorevoli e contrari, e oggi sappiamo com’è andata a finire.

A tre anni di distanza ti propongo il tema: “uscire dai ‘tavoli di crisi’ per passare alla ‘politica industriale per la crescita’”. Il blog peraltro propone spesso tale questione e di recente (venerdì 19 giugno 2015) ha postato “numeri utili - export principale delle nazioni”.

Sono in corso numerose crisi aziendali in tutti i settori della produzione e, di riflesso, si sono allestiti “100 tavoli di crisi”, in Regione come in Italia. Questa situazione drena ingenti risorse pubbliche per la doverosa costruzione di reti di solidarietà, anche di lunghissimo periodo. Basti pensare che in Friuli Venezia Giulia (2014) si sono registrate 33 mln di ore di cassa integrazione guadagni, con la prevalenza della componente “straordinaria” e in “deroga”, che è ulteriormente aumentata dell’11,6% rispetto al periodo precedente.

Si tratta di chiedersi se il sistema pubblico è ancora in grado di sostenere questa situazione o se, invece, sia necessario promuovere una fase espansiva degli investimenti e organizzare una politica industriale per la crescita. Servono, infatti, misure robuste contro il declino industriale perché solo in questo modo è possibile riassorbire la consistente disoccupazione, specie giovanile, attrarre investimenti ed espandere di più le nostre imprese e produzioni sui mercati globali.

Quest’approccio però impone di recuperare notevoli risorse finanziarie da re-investire nella produzione.

Ma dove prenderle? E possibile perseguire 3 indirizzi.

Va superato il modo attraverso cui si affrontano le diffuse crisi industriali riducendo, tra l’altro, i tempi della cassa integrazione e gli ingenti fondi che sono messi a disposizione per risanare imprese che spesso non hanno possibilità di stare sul mercato.

Va ri-organizzata la Pubblica Amministrazione, anche a livello regionale. Basandola in primo luogo sul principio di efficienza, che significa: abbassare il rapporto addetti/abitanti (ora è di 275 addetti nella PA/10.000 abitanti, mentre in altri casi è di 245/10.000), ridurre sia la spesa primaria pro-capite (è di 5.023 €/pro-capite mentre in numerosi altri casi regionali è più bassa) sia la parte corrente (che ha registrato un aumento del 3,1% nell’ultimo anno) sia la spesa nella sanità (che impegna risorse per oltre il 50% del bilancio regionale ed è di 2.053 €/pro-capite, con un aumento nel periodo 2011-2013 dello 0,3% l’anno), semplificare le strutture operative (oggi in Regione esistono 10 gestioni separate dei Consorzi Industriali e di 4 Interporti, e 6 gestori delle strade, senza contare che in questo campo intervengono anche 217 Comuni). E la ri-organizzazione va basata sul federalismo, assegnando cioè maggiori responsabilità di spesa e di controllo alle istituzioni locali, come i Comuni uniti fra loro.

Va, infine, operata un’urgente e drastica diminuzione dell’infedeltà fiscale e della corruzione.

Le famiglie siano sfiduciate e preoccupate sul futuro, e l’economia industriale regionale è in movimento.

Da un lato, sono sparite centinaia di imprese in particolare nella sub-fornitura, nei distretti come quello della sedia, e nell’edilizia, che hanno messo alla porta tanti lavoratori, mentre sono ancora numerose quelle che non sono nelle condizioni di fare investimenti in risorse umane e impianti. Dall’altro, sono attive molte aziende che richiedono anche nuova occupazione, spesso di elevata qualità, che esportano molto e “stanno” bene nel mondo. Infatti, il Pil dell’industria è di 7,2 mld di € (era a 7,37 mld nel 2011 ed ha recuperato sul 2012), sono aumentate la produzione e le vendite industriali (+2.8%, +2.6%), è positivo l’andamento dell’export (+4.6%), anche se si esporta di più con meno addetti in ragione dell’innovazione tecnologica. In definitiva, è cresciuto il peso dell’”industria” nell’economia regionale (+2%), trascinato dai comparti dell’elettronica e delle macchine, e il “terziario superiore”.

Questa situazione da sola non basta. Deve anche riprendersi il mercato interno e con esso tutti i settori dell’economia. Diversamente non sono disponibili sufficienti risorse per sostenere la sanità, la scuola, i trasporti, l’ambiente e la cultura.

Sebbene un'economia strabica e contraddittoria, questi “beni comuni” sono stati sinora adeguatamente coperti. Ma per quanto tempo ancora ciò è possibile?

Prima si cresce, meglio è. Infatti, il Friuli Venezia Giulia ha registrato una diminuzione delle entrate tributarie dello 0,8% l’anno (nel periodo 2011 – 2013) composte da tributi propri e risorse devolute dallo Stato a titolo di compartecipazione, ha subito un calo dell’11,8% (2014) delle entrate da tributi erariali e da trasferimenti, sono diminuite del 5,8% le entrate proprie, come Irap ed entrate extra-tributarie. Si è, quindi, a rischio se non si dovesse invertire in tempi brevi simile tendenza.

Per queste ragioni è indispensabile una “politica industriale per la crescita”, per una parte già compresa nella legge chiamata Rilancimpresa, che valorizzi le produzioni storiche, come la navalmeccanica e la siderurgia, e che punti sull’high-tech e sulle nanotecnologie, sulle filiere del legno-mobile-arredamento e dell’agro-alimentare. Una politica che renda possibile nel settore dei trasporti e della logistica la creazione di 2.000 nuovi posti di lavoro, di ulteriori 2 mld di servizi logistici aggiuntivi e un incremento del Pil regionale di 1,7 mld.

Castions di Strada - 27 giugno 2015



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