venerdì 9 ottobre 2009

Campo di Prigionia Austro-Ungarico di Marchtrenk: tre morsanesi commemorano i compaesani che qui perirono 90 anni fa

Durante la Grande Guerra nella Regione dell’Alta Austria vennero allestiti vasti campi di prigionia, come ad Aschach an der Donau, a Braunau am Inn, a Freistadt, a Marchtrenk, a Wegscheid ed a Mauthausen.

In collaborazione con la Croce Nera austriaca (organizzazione che cura i cimiteri militari austriaci), ogni anno, alternativamente in Italia e in Austria, vengono svolte cerimonie in onore dei Caduti (l’anno scorso ad Arsiero, in Valdastico, dove c’è il più grande cimitero di guerra dopo quello di Redipuglia).

Quest’anno la cerimonia si svolge al cimitero italiano di Marchtrenk, località a circa 25 chilometri da Linz, nell’ambito del 17° Incontro italo-austriaco della Pace a ricordo dei Caduti e delle vittime civili della Grande Guerra.

In questo cimitero militare, un tempo annesso al campo di prigionia dove furono deportati 25.000 soldati, sono sepolti 1.453 italiani militari e civili, deceduti soprattutto di tifo e tbc.

Al centro dell’area cimiteriale si innalza una stele commemorativa che segnala la presenza delle spoglie dei militari italiani lì sepolti. Su altre quattro stele, poste ciascuna ai margini di ogni settore, sono state collocate delle lastre in metallo con su incisi i nominativi dei Caduti. In fondo al Cimitero Militare si trovano le sepolture di 467 Russi, di 1 Rumeno, di 11 Serbi e di 18 di nazionalità sconosciuta.

Alla cerimonia internazionale, che si terrà alle ore 16 di oggi, venerdì 9 ottobre 2009, saranno presenti anche i nostri compaesani Giovanni (conosciuto come "Sereno") Stefano e Vanni Sandri. Per la prima volta visiteranno la tomba di Gio Batta Sandri, classe 1872, nonno di Sereno che morí da prigioniero proprio a Marchtrenk il 25 febbraio 1918 (all'etá di 46 anni).

Nella foto qui accando soldati austriaci in piazza San pellegrino a Morsano nel 1917.

Perché questa commemorazione é cosí importante in casa Sandri? Qui il racconto di Sereno Sandri.

"Era novembre 1917, dopo la rotta di Caporetto, Pietro Giacomo Sandri (chiamato Jacum Mocjigne - leggi "mochigne" visto che i Sandri in paese ancora oggi sono chiamati con questo soprannome), anziano della classe 1834, cacciò di malo modo, colpendolo con il suo bastone, un soldato austriaco intenzionato a tagliare gli olmi ("olessis") nel filare che faceva da confine della proprietà di famiglia. Gli olmi si trovavano nella zona dietro piazza San Pellegrino che si sviluppa verso il cimitero, dove viveva la famiglia patriarcale Sandri ed il loro legno era diventato molto prezioso per gli occupanti asburgici che si stavano attrezzando per l'inverno.
Cosichè, l'austriaco se ne andò dall'orto ma ritornò con un manipolo di altri soldati. Visto che ormai Pietro Giacomo Sandri aveva 83 anni gli occupanti decisero di non punirlo direttamente bensì di arrestare il nipote Valentino (classe 1900) ed una nuora, Anna Del Pin, moglie di suo figlio Pietro che in quel momento si trovavano in casa. A questo punto, Giovanni Battista (Giobatta) Sandri, figlio di Pietro Giacomo e padre dello sventurato Valentino, saputo dell'arresto del giovane figlio e della cognata si diresse subito al comando austriaco per protestare ma fu arrestato a sua volta. Sia Giobatta che il giovane Valentino furono quindi inviati in un campo di prigionia Austro-Ungarico (la tradizione orale tramanda il nome di Milovice a 30km a est di Praga - peró si sa per certo che Giobatta mori' al campo di prigionia di Marchtrenk dove forse fu trasferito per essere curato).

Qui inizia l'odissea dei due malcapitati. Le condizioni di prigionia erano rese durissime dal freddo, dalle epidemie e dalla mancanza di cibo. Valentino era solo diciasettenne e sarebbe sicuramente morto di stenti se non fosse stato per l'aiuto generoso di suo padre. Tanto che, Giobatta, pur di salvare il figlio iniziò a rinunciare alla sua magra razione di cibo passandola al figlio con varie scuse: "mangia tu che io non ho fame", "la zuppa non mi piace, magiala tu" e via dicendo. Così, dopo alcuni mesi, pur di salvare il figlio, il povero Giobatta morì di stenti mentre Valentino, grazie al sacrificio del padre, riuscì a tornare a Morsano a fine guerra.
Rientrato a piedi, fortemente denutrito e stremato, venne a sua volta salvato dal provvidenziale intervento del parrocco, Don Alberto Della Longa, che istruì la famiglia di somministrare alimenti solo in maniera graduale, giorno dopo giorno, per evitare una morte certa se avesse mangiato fin da subito porzioni normali. Valentino potè quindi raccontare l'eroico sacrificio del padre e le sue fatiche per rientrare a piedi dal campo di prigionia. Tra l'altro, durante il viaggio di ritorno, perì anche un suo compagno di prigionia che rientrava anche lui in Friuli a piedi.
Questa triste vicenda in famiglia ancora oggi continua ad essere tramandata di generazione in generazione.
Altri morsanesi furono internati nei campi austriaci e una decina non fece piú ritorno in paese. I loro nomi sono elencati nel monumeto ai caduti di Morsano. Altri loro dettagli sono presenti nei registri parrocchiali e comunali.
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Per maggiori informazioni:

13 commenti:

riconescente ha detto...

è fondamentale mantenere integro il filo che ci lega al nostro passato, solo così credo che potremo coltivare quei valori, fondamentali per una convivenza civile. Questo è l' immane prezzo pagato affinché ogniuno di noi abbia la libertà a volte anche di dire qualche sciocchezza. Come disse qualcuno, non sono daccordo con quello che dici, ma morirei affinché tu possa farlo!

pacifista ha detto...

la propaganda di guerra indottrinava i nostri nonni al odio verso gli austro ungarici rei di predare le nostre terre e seviziare le nostre donne. Ora ci sentiamo amici, promuovendo gemellaggi e feste all' insegna della reciproca ospitalità. Potenza della cultura !

Anonymous ha detto...

alcuni valori citati e valorizzati da questo dibattito sono ricorrenti anche sul blog di pamela, in quanto sono un farò nella vita sociale e nelle scelte di ogni giorno.

Pamela ha detto...

Il sacrificio di un padre per il figlio è un momento profondo, tanto piu vivo se si pensa che a sacrificare la propria vita è stato non un eroe romanzato in un libro, ma un personaggio in carne ed ossa.
Il cui ricordo è ancora vivo nella sua famiglia.
Sono assolutamente d accordo con il"riconoscente", a volte ci dimentichiamo che la nostra libertà tanto ora scontata e proclamata, è frutto del sacrifio, a volte estremo, di chi ha lottato per il futuro delle generazioni a venire.

Anonymous ha detto...

chi erano e come si chiamavano gli altri di morsano? Si potrà saperne qualcosa?

amministratori del blog ha detto...

a breve pubblicheremo qui qualche dato dei morsanesi internati e morti presso il campo di prigionia di marchtrenk, per permettere ad eventuali parenti o discendenti di acquisire qualche informazione!

viva il papa buono ha detto...

trovo incredibile l' ignoranza e la sudditanza della cristianissima europa immobile per secoli difronte al perpetrarsi di tante efferatezze. Il potere temporale colluso con i poteri imperiali ed il popolo a soffrire e morire. Ora che il popolo ha una coscienza consapevole e c'è libertà possiamo argomentarne tranquillamente. Mi considero cristiano praticante, ma riconosco pienamento l' istituzione ecclesiastica solo dal concilio vaticano secondo!

Anonymous ha detto...

il trattato di versailles del 1919 sancì l'assegnazione di trento e trieste all' italia. Una conquista pagata con un paese in ginocchio ed una intera generazione annientata. Obiettivi che il ministro dell'epoca sidney sonnino avrebbe potuto ottenere trattando con l' austro ungheria la nostra neutralità.

Giovanni Gentile ha detto...

Anch'io credo che la vittoria ci frutto ben poco in termini di conquista territoriale e che molte persone la videro come una vittoria azzoppata.Lo dimostra il fatto che l'insoddisfazione di alcune frange intellettuali italiane guidate dal Vate e di alcune associazioni di reduci e arditi organizzarono l' impresa militare di Fiume e tralaltro pure il nascente movimento fascista cavalcò questo malumore!

luca ha detto...

sono state sollevate diverse tematiche storico sociali curiose e discordanti in questo dibattito, potrebbe essere interessante organizzare un forum a tema magari con l' ausilio di uno storico locale. Potremmo chiedere aiuto previo loro disponibilità ai 2 storici che si occupano del libro degli Antivari rispettivamente professor Todaro Dorino e professor Marchi Valerio! Che ne dici marqualdo?

Anonymous ha detto...

abbiamo anche le generalità, oltre ad altri elementi anagrafici di 4 nostri compaesani morti a Milovitz, ed altri 2 morti nel campo di katzenau sempre nell' alta austria. A dire il vero uno dei 2 è morto sul treno presso Linz durante il viaggio di ritorno. Risulta interessante come internassero in campi lontani dal confine al fine di togliere ogni velleità di fuga ai più impavidi.!

Anonymous ha detto...

sarebbe interessante capire come mai c' è in corso un processo di beatificazione nei confronti di carlo primo d' asburgo regnante di un paese belligerante fin dalla sua proclamazione nel 1916. A carico della sua coscienza ci sono centinaia di migliaia di morti su diversi campi di battaglia d'europa, la conoscienza e l'approvazione di campi di prigionia e tutte le altre efferatezze che si verificarono in questo conflitto!

Milovice ha detto...

Se è vero che la Ricreativa sta valutando l'opportunità di una gita sociale a Milovice il prossimo anno vale la pena di approfondire cosa sia successo a questa città. Qui si presume furono deportati i morsanesi durante la prima guerra mondiale e da Milovice Giobatta Sandri fu poi trasferito a Marchtrenk. Gli altri, in maggiornaza, perirono di stenti a Milovice.

Milovice ospitò fino a oltre 15mila soldati italiani, le cui condizioni – come del resto quelle degli altri prigionieri, in special modo russi – erano estremamente precarie.
Nel cimitero di Milovice riposano 5358 soldati italiani, ai quali ogni anno, dal 1919 venivano resi gli onori. Poi la parentesi tragica della guerra, l’occupazione delle truppe del Patto di Varsavia e infine i carri armati russi che nel ’68 stroncarono la “primavera di Praga” e le speranze di libertà di un nobile popolo.La zona venne interdetta e nessuno potè avvicinarsi al cimitero. Milovice fu a lungo la base delle le truppe corazzate sovietiche che vi costruirono un aeroporto, i depositi di armi, i magazzini. Ancora oggi una vasta zona porta i segni di questa occupazione, durata fino al 1990, con il definitivo ritiro delle truppe d’occupazione. L’anno successivo, riprese la cerimonia di omaggio ai Caduti.

Dal 2000 gli alpini dell'ANA si recano al cimitero di guerra per rendere onore a quei soldati italiani morti di stenti e per le ferite della guerra.

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