giovedì 24 aprile 2014

Spritz Social History: Bella ciao e i processi alla storia (e a chi la fa)

Oggi, per i tedeschi è una canzone popolare
Al bancone del bar s'è discusso della polemica, che è seguita alla ipotizzata decisione del prefetto di Pordenone di vietare il canto di Bella Ciao durante la manifestazione del 25 aprile, La vicenda, dopo aver fatto discutere anche in bar in piazza Pellegrino, si è sgonfiata.

Il 25 Aprile anche a Pordenone suoneranno le note di Bella Ciao che, tecnicamente è l'inno di tutti i partigiani mentre Fischia il Vento ha una connotazione politica definita.

Così oggi il Messaggero titola ... 25 Aprile senza “O bella ciao”, la Prefettura fa marcia indietro

Lo strascico della polemica rimane, e rimangono pure le divisioni (rigorosamente striscianti) legate al periodo storico che si celebra; sebbene non dovrebbe essere così a 60 anni dagli eventi e con un cammino di pace e prosperità avviato dopo quelle vicende. Polemiche che però ufficialmente non esistono. Ufficialmente.

In paese si ricordano le vicende di pochi anni fa quando la non esecuzione dell'inno partigiano ad una manifestazione pubblica causò qualche brontolio. Gratta gratta, le fratture d'Italia son sempre lì, pure nei paeselli.

Secondo alcuni studiosi (stranieri, eg. John Foot) il nocciolo delle fratture d'Italia sta nel fatto che nell'immediato dopoguerra ci fu un'amnistia. Il fatto di aver amnistiato a 360° non ha permesso che si celebrassero processi per i presunti crimini di guerra commessi negli scontri tra italiani dopo il 1943, con atti di violenza perpetrati anche anni dopo la conclusione formale del conflitto nell'aprile/maggio 1945.

L'amnistia ubbidiva alla Ragion di Stato della necessaria pacificazione nazionale che indubbiamente portò benefici ed era una strada obbligata in quelle circostanze. Tuttavia, la mancanza di processi non ha permesso di incriminare persone con prove documentali, testimonianze precise e incidenti probatori poi messi agli atti (come ad esempio nei processi per crimini di guerra ai generali del Regio Esercito operanti in Jugoslavia, raccontati nel libro "Si ammazza troppo poco").

Vero che la storia la scrivono sempre i vincitori e che i processi avrebbero risentito delle pressioni del clima sociale però si percepisce la mancanza di atti formali per molti episodi e si percepisce la spaccatura scrisciante, evidentemente pure tra gli scranni importanti delle funzioni pubbliche.

Di fatto, il racconto della storia senza quei processi ha subito uno shock lasciando spazio al sospetto reciproco e al politicamente corretto di circostanza. Così continua la differenza tra le conversazioni private e i ricordi di quel periodo condivisi in famiglia e quello che si legge nei comunicati istituzionali e nei discorsi ufficiali. Il risultato è il persistere di una crosta di ipocrisia che solo ogni tanto viene rotta riportando alla luce un nervo scoperto e le polemiche di cui sopra.

La situazione non ha soluzione e con la morte graduale ed inesorabile delle generazioni che han vissuto quegli eventi e delle generazioni che han ascoltato i racconti, c'è da sospettare che l'appropriazione strumentale della storia perpetuerà le fratture piuttosto che ricomporle.

Purtroppo fischiano le polemiche almeno quanto può fischiare il vento o un sasso.

Così 'ìopinione al bancone s'è divisa tra:
- chi pensa che con i processi o senza i processi agli individui che si sono macchiati di crimini di guerra, le divisioni striscianti tra posizioni diverse continueranno lo stesso

- e chi ritiene che isolando le mele marce con dei processi avvenuti all'epoca, oggi ci sarebbe più serenità nel ricordo.

...e il dibattito continua 

2 commenti:

Anonimo ha detto...

Molto democristiani nel post!

Frecciata nera ha detto...

Interessante la risposta del sindaco in questione a questo articolo. Il tipico benaltrismo: sono gli altri che fan colà per cui io posso fare così. Pur di non entrare nel merito è sempre colpa degli altri.

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